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2018
Risultati provvisori
11. gennaio 2018

Risultati della ricerca sul numero di contributi di solidarietà richiesti dalle vittime di misure coercitive a scopo assistenziale

11. gennaio 2018
La Commissione peritale indipendente (CPI) istituita dal Consiglio federale per l’analisi scientifica degli internamenti amministrativi prima del 1981 e un gruppo di ricercatori del progetto Sinergia «Placing Children in Care 1940-1990» evidenziano varie sfide e difficoltà che rendono difficile o impossibile all’individuo chiedere un contributo di solidarietà.
La Commissione peritale indipendente (CPI) istituita dal Consiglio federale per l’analisi scientifica degli internamenti amministrativi prima del 1981 e un gruppo di ricercatori del progetto Sinergia «Placing Children in Care 1940-1990» evidenziano varie sfide e difficoltà che rendono difficile o impossibile all’individuo chiedere un contributo di solidarietà.

È quanto emerge dalle interviste biografiche condotte con persone che hanno subito internamenti amministrativi e collocamenti in istituto.

 

La CPI Internamenti amministrativi segue con grande interesse le discussioni sul numero di domande giunte all’Ufficio federale di giustizia (UFG) per un contributo di solidarietà a favore delle vittime di misure coercitive a scopo assistenziale e collocamenti extrafamiliari prima del 1981. Stando all’UFG, sono state finora presentate 4525 domande (stato 11.01.2018). Questa cifra inferiore alle attese è veramente una sorpresa? Quali spiegazioni può fornire la ricerca?

 

I lavori di ricerca evidenziano svariati motivi per i quali non tutte le vittime richiedono un contributo di solidarietà. Tali indicazioni, tuttavia, non intaccano in alcun modo l’importanza del contributo stesso. Arguire dal numero di domande che le vittime siano molto meno di quanto ipotizzato è senz’altro errato.

 

La CPI Internamenti amministrativi (articolo di Ruth Ammann e Alfred Schwendener) e il progetto Sinergia «Placing Children in Care 1940-1990» (articolo di Clara Bombach, Thomas Gabriel e Samuel Keller) traggono conclusioni paragonabili nei rispettivi settori di ricerca (v. testi allegati).

 

Motivi che possono tendenzialmente indurre a non presentare una domanda

La ricerca fa luce sui motivi per i quali le vittime non richiedono un contributo di solidarietà pur adempiendo in pieno i criteri. La CPI ha condotto circa 60 interviste biografiche con persone già internate a titolo amministrativo in tutta la Svizzera. Un quadro analogo emerge dal progetto FNS Sinergia «Placing Children in Care 1940-1990», per la precisione dal sottoprogetto della Zürcher Hochschule für Angewandte Wissenschaften (ZHAW «Lebensverläufe nach Heimerziehung» (percorsi biografici dopo l’educazione in istituto), che ha intervistato 37 persone già collocate in istituto nel Canton Zurigo. Le quasi 100 interviste biografiche evidenziano i seguenti motivi che trattengono gli interessati dal fare domanda:

 

  • Impossibilità di presentare la domanda: Molte vittime sono decedute o versano in pessime condizioni di salute. A molti di quelli ancora in vita fanno difetto le risorse emotive o la salute per presentare una domanda.
  • Diffidenza nei confronti delle autorità e paura di essere diffamati e stigmatizzati di nuovo: Per ottenere un contributo di solidarietà, le vittime devono fare domanda all’UFG. Questo eventuale contatto con un ente statale e il fatto di dover documentare la qualità di vittima vengono sovente percepiti come un’ulteriore ingerenza nella propria autonomia e capacità di agire. La ricerca degli atti poi comporta l’avvio di un processo mnemonico e il confronto con i documenti amministrativi dell’epoca, contenenti attribuzioni e giudizi diffamatori e stigmatizzanti. Questo lavoro di memoria, estremamente gravoso in termini emotivi, costa caro e molte vittime non sono disposte a pagarne il prezzo, sprovviste come sono delle necessarie risorse (in particolare quelle in età avanzata, desiderose di trovare finalmente un po’ di «pace»).
  • Condizioni avverse e indipendenza: Affrontare la vita svantaggiati (a causa di una scarsa scolarizzazione e formazione professionale dovute alle misure coercitive, di diffamazioni, stigmatizzazioni e traumatizzazioni), ha indotto le vittime a stare alla larga dalle autorità per tutelarsi da nuove ingerenze. L’autonomia e l’indipendenza conquistate grazie a un’elevata resilienza possono portare le vittime a non voler chiedere nulla alle autorità, nemmeno un contributo di solidarietà.
  • Paura delle reazioni del contesto sociale: Presentare una domanda significa rivelare la propria qualità di vittima di misure coercitive a scopo assistenziale. Molti hanno cercato per decenni di sottrarsi a questa rivelazione tacendo ai agli altri il proprio passato. Non di rado infatti le misure coercitive a scopo assistenziale suscitano nelle vittime sentimenti di vergogna e il timore di una (nuova) stigmatizzazione.

 

Altre informazioni rilevanti

Informazioni sul contributo di solidarietà e la procedura sono reperibili sul sito: www.bj.admin.ch/fszm. Il termine per presentare domanda scade il 31 marzo 2018.

 

Altre informazioni sui due progetti di ricerca:

https://www.uek-administrative-versorgungen.ch/it/

http://www.placing-children-in-care.ch/

 

Communicato stampa sul portale del Governo svizzero.

 

 

Contatto/informazioni

Markus Notter, presidente CPI

Tel. +41 79 623 18 53

Elie Burgos, segretario generale CPI

Tel. +41 58 461 89 41 / +41 78 613 76 66

sekretariat@uek.admin.ch

 

Prof. Dr. Thomas Gabriel, ZHAW

Tel. +41 58 934 88 52 / +41 79 501 15 99

thomas.gabriel@zhaw.ch

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